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In un mondo che gira e gira, come una trottola impazzita, noi ci vantiamo d’essere decisamente statici. Siamo fissi e immobili in una società in costante movimento, piccoli Davide coi piedi ben piantati di fronte a un Golia in preda a una danza sfrenata.

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Le lettere non servono a darsi importanza.

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https://x.com/i/status/2071285695654572206

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Le uniche due vie concepite dal moderno mondo del libro sono la snobberia idealistica e il vendere l'anima al mercato e all'egemonia culturale, il tutto nonostante sia stato dimostrato più volte che nessuna delle due è in grado di salvarlo.

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Nessun nuovo articolo oggi, ne riproponiamo uno vecchio

https://locchieppese.substack.com/p/la-crisi-creativa-non-e-una-crisi?r=5bkmwd

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Dopo un lavoro di cinque mesi, ho appena ultimato la traduzione di Ayesha. Il ritorno di Lei, seguito di Lei. La donna eterna.
Per chi fosse interessato...

https://www.amazon.it/dp/B0H6F9XD93

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La gente che ha studiato il J. C. Penney effect (la ragione per cui i prezzi sono a 17.99 invece che a 18) sapeva di vendite, ma non di marketing.
Bisogna notare tre fatti a riguardo:
1) Negli USA (dove era stato fatto l'esperimento di riportare i prezzi al loro stato normale) non si andava a .99 ma a .95; la differenza tra i due prezzi è cinque volte tanto.
2) Negli USA la gente è abituata a vedere esposti i prezzi senza tasse (praticamente senza la nostra IVA) e a calcolarle di conseguenza; ne consegue che qualsiasi variazione viene immediatamente notata e colta con fastidio.
3) Il prezzo pieno non è stato testato in parallelo, ma come ritorno. In altre parole, J. C. Penney da un giorno all'altro ha chiesto cinque centesimi in più per ogni acquisto ai suoi clienti. Un vero pubblicitario (se ne esiste ancora qualcuno) avrebbe subito compreso che questo infrangeva il rapporto di fiducia che si era sviluppato col cliente, ma ormai si punta solo a fare vendita. Dare il prezzo vero, inoltre, può essere stato percepito come un gesto inutile di "virtue signalling", un tentativo truffaldino di accaparrarsi la fiducia della clientela.
Il nucleo centrale della faccenda è che non si può riparare una pratica partita dall'idea che il cliente sia un imbecille da frodare con un gioco di prestigio con una pratica che si fonda sull'idea che il cliente sia un imbecille da frodare ma noi siamo misericordiosi e non lo facciamo. Non può esserci fiducia senza un minimo di stima.

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Per quanto possa sembrare incredibile, per molti è estremamente sconvolgente scoprire che il resto del mondo non condivide le stesse opinioni; peggio ancora, che condividere alcune opinioni non vuol dire condividerle tutte. Lo scenario terrificante per la maggior parte di noi è incontrare qualcuno che non si può banalmente catalogare tra i buoni o i cattivi, ma con cui bisogna interagire, discutere, mettersi in discussione.

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La maggior parte della gente non impara a stare al mondo. Cerca solo il circoletto di persone con cui non saperlo fare allo stesso modo.

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Anni fa', si era in pieno periodo di delirio woke, fui invitato a parlare delle Novelle Pendolari da un piccolo canale Instagram e ingenuamente, anche se c'erano delle cose che non mi facevano impazzire a riguardo, accettai. Dopo aver risposto alle solite domande di rito (generalità e scopo del libro) mi fu chiesto a bruciapelo: "Ma te cosa ne pensi dell'LGBT?". La domanda, ovviamente, non era una vera domanda, non c'era un vero interesse su quale fosse il mio pensiero; era una richiesta di un atto di sottomissione, la richiesta di fumi-e. Il rifiuto di questo atto di sottomissione sfociò in una filippica confusa sul "love is love" e la persecuzione degli omosessuali, che non aveva minimamente a che fare con la domanda iniziale. La pretesa di una dichiarazione di antifascismo (non solo per le fiere del libro) si muove sullo stesso principio. Non è minimamente interessata a stabilire che abbiamo tutti riconosciuto un male passato o che non ci sia un pericoloso sovversivo pronto a piazzare bombe pur di reistituire un regime; serve, invece, a stabilire che il terreno non è neutro e che chi lo richiede ha il potere di decidere quali sono le condizioni a cui chi vuole partecipare deve attenersi. Il fatto che l'antifascismo sia un concetto vago, se non del tutto vuoto è riempibile con antifemminismo, socialismo radicale e quant'altro alla bisogna, ne è la riprova. Abbiamo sentito più volte parlare di Goebbels e di come dicesse: "Chi è ebreo lo decidiamo noi"; il ragionamento dell'antifascista è lo stesso. Il fascista è chi non si sottomette, e non importa se ha sventolato la bandiera rossa fino al giorno prima.

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https://x.com/i/status/2066531779721187360

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Ripropongo l'articolo
https://locchieppese.substack.com/p/una-dinamica-del-mercato-dellintrattenimento

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Imperialismo e colonialismo vittoriano sono completamente diversi da quanto venne prima, perché fondati su una mentalità napoleonica (o, se preferite, hegeliana). Nell'epoca dei grandi viaggi le colonie erano delle opportunità commerciali; anche i missionari che ci andavano a diffondere il Cristianesimo avevano ben chiaro che non erano così migliori in quanto Cristiani o europei, anche perché gli avventurieri delle colonie si dimostravano spesso estremamente barbari a loro volta, non appena allontanati dal rigido controllo della madrepatria. Ma il punto era proprio qui: la Nuova Spagna non era la Spagna, il New England non era l'Inghilterra. La rivolta delle colonie americane fu possibile perché non erano esattamente inglesi e quando fu negata loro la rappresentanza parlamentare decisero che non volevano proprio esserlo. La mentalità imperialista ottocentesca, invece, puntava a "civilizzare" il mondo rendendolo in tutto affine al centro dell'impero. L'India era l'India, ma avrebbe fatto meglio a diventare inglese. Il Sudafrica era Sudafrica, ma non andava bene che fosse indipendente. Il Nordafrica, se pure inizialmente luogo di scontro di civiltà, divenne presto luogo di controllo francese e inglese. La "civilizzazione" come dovere occidentale non era più lasciar crescere qualcosa di nuovo secondo i suoi modi e tempi, ma imporre in tutto e per tutto il modello della capitale imperiale. Il caso più eclatante di questa differenza sono le guerre Boshin, perché il Giappone fu lacerato tra la volontà di occidentalizzazione e quella di rimanere Giappone. Trovato il dovuto equilibrio in una nuova cultura (che includeva grossa parte dell'identità Giapponese tradizionale), la prima azione nipponica fu di crearsi il proprio impero; era stato infettato anch'esso dal virus napoleonico-hegeliano.

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I gialli si dividono in due grandi categorie: quelli che non vogliono dare al lettore la possibilità di scoprire il colpevole (metteteci Conan Doyle, Agatha Christie, Biggers e molti altri di grido) e quelli che invece lo desiderano profondamente (Fergus Hume, Carolyn Wells). Chesterton sta un po' a mezzo fra i due. I primi tendono ad essere migliori come gialli, i secondi in tutto il resto.

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La lettura non è un merito; è, piuttosto, uno svago che può avere dei frutti.

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Ci si accanisce sempre col non-lettore perché non legge, ma il libro è diventato sempre più un'attività dispendiosa. Non è tanto il costo dell'oggetto materiale però a pesare, quanto il tempo e l'attenzione che occupa. La società chiede al postmoderno di essere costantemente concentrato sulla realtà e sulle cose serie con dei brevi spazi di respiro nel mezzo. La lettura si presta difficilmente a questo ruolo di "respiro"; non è una semplice pausa, richiede concentrazione e memoria, oltre a possedere quella terribile capacità di ricordarci che il mondo è molto più grande delle banali cose serie.

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L'unico modo per uscire dall'impasse attuale del mondo del libro è accettare la presenza di un'infinità di opere di poco conto tra cui frugare in cerca di perle preziose. L'editoria attuale oggettivamente non è più un argine in grado di separare le une dalle altre, chiusa com'è ormai dentro modelli astratti e paradigmi ideologici; le pubblicazioni indipendenti non sono più arrestabili. In altre parole, l'unico vero criterio di qualità che deve e può restare è la qualità stessa, garantita da sé stessa e non da un grosso nome.

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Uno dei problemi insanabili della moderna editoria è il fatto che l'editor ha sostituito il pubblico. Il vantaggio dell'avere un pubblico è che l'opera di qualità non piacerà mai a tutti, ma piacerà sempre a qualcuno. L'editor invece si muove su tre direttive che annullano completamente il riconoscimento del valore di un'opera: la prima è l'applicazione di uno standard editoriale astratto (esempio: vanno di moda i romantasy? Accetto solo romantasy); la seconda è il gusto personale (qui il problema è che è il gusto solo di una persona, sempre che ce l'abbia); la terza è la personalità stessa dell'editor, ed è un vizio congenito al ruolo. Siccome l'editor si muove come una sorta di coautore dietro le quinte, non può fare a meno di immischiarsi, di pensare a come avrebbe scritto lui l'opera, senza riuscire a guardarla come prodotto dell'ingegno altrui. Questo trasforma immediatamente l'editor in una maestrina in grado di rovinare ogni tocco di originalità personale dell'autore. Con l'esperienza, questo problema non si affievolisce, ma aumenta. L'ego livellatore dell'editor non può venire meno man mano che il suo curriculum si inspessisce perché ogni fallimento sarà sempre e solo dell'autore e ogni successo sarà anche opera sua.

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L'idea che la cattiva pubblicità non esista funziona solo quando si ha un monopolio di un settore o di una nicchia. Quello che si ottiene, in questo caso, non è di farsi conoscere ma di fare conoscere la nicchia di cui ci si occupa.

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L'interesse moderno per la statistica si basa principalmente sul fatto che permette di trattare le persone come delle macchine o dei meccanismi, nascondendole nel folto della massa informe che si vuole a tutti i costi rappresentare come un numero.

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Se volessimo vedere questo fatto dal punto di vista del cliente, questi è molto più pronto a perdonare un tentativo di truffa ingenuo che cerca di mascherare un piccolo beneficio per uno più grande, rispetto a quello che cerca di mascherare da virtù un banale ritocco ai prezzi, di cui tralaltro beneficerebbe il venditore. Preferisce che si giochi con il suo subconscio piuttosto che con il suo senso morale, la simpatica canaglia al pretenzioso moralista.

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L'ossessione moderna di essere sempre produttivi, ovvero che qualsiasi cosa si faccia sia sempre utile, è contraria ad ogni forma di cultura umana. Non solo l'efficienza è una caratteristica della macchina, ma soprattutto spesso occorre tempo per raccogliere i frutti di qualsiasi azione. L'ansia di produttività non è tanto basata sul volere dei risultati, ma sul volerli subito, il che è impossibile.

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Ad un certo punto qualcuno ha deciso che un campione di 400 persone fosse da considerare rappresentativo nella statistica. La regola è stabilita a priori ed è completamente campata in aria a partire dal fatto che la rappresentatività è un criterio relativo. Innanzitutto la popolazione che si vuole prendere in esame deve essere commisurabile al campione, se si vuole avere un dato quantomeno preciso. In secondo luogo, non si può trattare la rappresentatività di un campione di 400 persone su una popolazione di 40000 allo stesso modo che su una di 40000000. In terzo, invece di concentrarsi sulla quantità del campione, sarebbe fondamentale concentrarsi sulla sua qualità; dieci persone che spiegano con sincerità le loro ragioni sono estremamente più rappresentative di 400 che mettono distrattamente crocette su di un questionario di più pagine. Va in ultimo notata l'ossessione per il numero 4 che porta immancabilmente a risultati per quarti, ovvero in cui si trova molto facilmente un'opposizione approssimativa 75-25%. Ogni volta che un dato viene presentato in questa opposizione la probabilità di reale rappresentatività del campione va per lo meno messa in dubbio.
PS: molti campioni attuali non riescono neanche a raggiungere questa soglia, il che dovrebbe dirci quanto possiamo fidarci delle statistiche

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L'articolo di oggi:

https://open.substack.com/pub/locchieppese/p/kultur?r=5bkmwd&utm_campaign=post&utm_medium=web&showWelcomeOnShare=true

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Nell'Atene antica l'arrivo dei sofisti fu un evento sconvolgente. Di colpo le discussioni e i processi non furono vinti da chi aveva ragione (o da chi si pensava l'avesse) ma solo da chi era più bravo a mischiare le parole e più pronto ad essere disonesto intellettualmente. Questo sconvolgimento si è di fatto ripetuto con l'arrivo dei moderni mezzi di comunicazione e non siamo ancora stati in grado di assorbirlo. La risposta greca fu di rivolgersi all'essenza delle cose. Platone discuteva ancora, Aristotele non ne aveva più il minimo interesse, preferiva parlare della realtà e basta. Se gli Ateniesi di Aristofane erano interessati in modo ossessivo nei processi, quelli di Menandro si erano ritirati, forse non meno ossessivamente, nel farsi i fatti loro. Si potrebbe dedurre che la retorica vuota, l'agone oratorio, hanno il valore che noi diamo loro.

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Pensare lo stipendio come il premio dato al lavoratore per la sua fatica è molto poco diverso dalla mentalità dello schiavo. L'uomo libero concepisce il proprio compenso come una remunerazione pattuita per aver compiuto un'opera.

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https://www.instagram.com/reel/DZlMITIyuhZ/?igsh=emluY3hxbHFxdGVy

Qualcuno parla della dinamica

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Trovo abbastanza ridicola l'idea che portare il Cristianesimo ai confini del mondo sia colonialismo. Il sincretismo è estremamente più coloniale in ogni senso della parola: è il tentativo di ricondurre ad uno schema comune su base latitudinarista (quindi europea) il paganesimo locale, rubandone, assorbendone, cavalcandone le idee. Il sincretismo è una religione da avventurieri dello spirito, che vogliono essere liberi dai vincoli di ogni religione, godendo i vantaggi di tutti. La ragione per cui il colonialismo gode di una cattiva reputazione è che fu fatto da avventurieri più interessati al proprio vantaggio che all'avanzamento e alla diffusione della civiltà. Lontano dal vecchio mondo le regole erano più sfumate, la tolleranza maggiore; lo stesso è per il sincretismo. Il missionario poteva usare Quetzalcoatl per parlare di Cristo, ma non aveva la pretesa di insegnare il buddismo ai buddisti, come fa il sincretista. Il missionario sa riconoscere il valore delle pratiche ascetiche di altre religioni, anche se pone un discrimine tra quelle che ritiene utili e quelle che ritiene disutili. Il sincretista si crea una religione su misura, che contenga solo le fatiche che gli sono facili da sopportare o che lo facciano sentire migliore degli altri, per poi imporla a tutti come l'unica vera, non perché contenga una verità da portare al mondo, ma perché banalmente a lui piace.

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Per una qualche ragione, l'autore in una casa editrice vede sempre il collega come un concorrente, l'indipendente il concorrente come un collega, il che manda a monte (almeno in questo campo) un sacco di teorie sulla competizione. L'idea liberale di competizione viene sconfitta perché non esiste una vera gara dove il terreno è libero e favorevole ad essa; l'idea radicale è fatta a pezzi dalla pervicacia della competizione in un ambiente controllato. Sembra quasi di vedere una gara tra secchioni per fare colpo sulla maestra.

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La vergogna è un pessimo strumento per costringere chiunque a leggere; non solo perché trasforma la lettura in un dovere morale, di fatto equiparandola a qualsiasi buona azione, e permettendo dunque che sia sostituita facilmente dal far attraversare la strada ad un'altra vecchietta, ma soprattutto perché porta immediatamente il cliente a ritrarsi. La predicazione del verbo della lettura si regge su meccanismi affini a quella del veganesimo e della Società della Sobrietà, con reazioni uguali. Alla gente non piace già sentirsi fare la predica dai preti, figuriamoci da uno il cui unico merito è di leggere due libri al mese.

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Il puritano è sempre stato un attento lettore del Vangelo, senza rinunciare minimamente alla sua etica bacchettona. Quando il puritano legge "il medico non è venuto per i sani ma per i malati" se ne sta ben allegro di non aver davvero bisogno di Cristo; quando legge "chi è senza peccato scagli la prima pietra" non la prende come un momento per riconoscere la propria natura di peccatore, ma si sforzerà al massimo di essere perfetto per poter tirare quella dannata pietra. Il problema del puritano è che venera l'etica al di sopra di Cristo, senza averne l'aria.

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